A solution for the empire. Il declino dell’impero americano-3

Confesso che dopo due post sul presunto o reale declino dell’impero, anche io mi trovo in imbarazzo sul come uscirne. Se ho problemi io, non voglio pensare ai rompicapi che si saranno posti dalle parti della Casa Bianca dalla fine della Guerra Fredda (da quando, almeno per un certo periodo, gli Stati Uniti si sono sentiti una potenza globale solitaria).
Negli anni appena trascorsi, quella maledetta paura di declinare, ha spinto l’America a rileggersi, a trovare nuove vie per esprimere la propria potenza egemonica a livello globale.
Magari banalizzando, e qui non me ne vorranno gli americanisti (come il mio caro amico, il professor Mario Del Pero),  penso che l’America abbia provato varie strade, anche a seconda di chi occupava la Casa Bianca, per rimanere a galla, per essere prima tra pari. Prima perché egemone, pari perché in fondo nel sistema anarchico delle relazioni internazionali, uno stato è sempre e comunque tra pari. (Confesso anche che Primi tra pari non è mia… è il titolo dell’ultimo libro del politologo Marco Clementi edito da Il Mulino, ma è una definizione ottima per spiegare come funziona le politica estera).


Dicevamo delle strade per la salvaguardia dell’impero. Ma sia chiaro è un impero che innanzitutto è informale. Insomma non siamo più ai tempi dell’impero babilonese o di quello ottomano, in cui l’occupazione territoriale era la base dei rapporti con la periferia, siamo di fronte oggi al controllo imperiale informale, un’influenza sulle politiche degli stati più deboli, ma che per interesse Washington ha interesse a controllare. Obama di solito nei suoi discorsi parte sempre con una sorta di moral suasion, poi se il messaggio non passa allora manda la Clinton o Robert Gates in missione, se non basta nemmeno quello allora si attivano i classici strumenti della politica estera (che forse sono stati avviati già nel primo passaggio, ma la storia mediatica deve raccontare altro).
Mi sono spesso chiesto di come definire la dottrina di politica estera obamiana: rispondere a questo significa capire la risposta al declino incombente. Joseph Nye Jr., uno dei tanti politologi consiglieri della politica, ha lavorato con l’amministrazione Clinton e con il suo lavoro di analisi ha suggerito di applicare il soft power. Il potere leggero, un potere morbido per rimanere al vertice.
La possibilità degli Stati Uniti di non pensarsi primi solitari, ma all’interno di un sistema interdipendente, in cui i benefici dell’egemone possono ricadere a pioggia anche sugli altri attori. Paradossalmente Washington per la propria sopravvivenza imperiale, si garantisce il supporto di tutti gli altri assicurando benefici diffusi. Sembra quasi socialismo, invece si chiama neoliberalismo. Quando si gioca a calcio con gli amici, ma in una partita in cui c’è in ballo almeno una cena, si dice: “Tutti insieme ragazzi”. Ecco a volte mi sembra di vederla un po’ così, la politica di Obama.
Se invece penso alla politica di Bush, senza dare giudizi di valore, allora la vedo con il più classico: “il pallone è mio e decido io”. Non si spiegherebbero altrimenti le visioni quasi messianiche della Nuova Gerusalemme irachena, dei discorsi alla Robert Kagan di Paradiso e Potere. Il tentativo di salvare l’impero, da un lato con un approccio quasi religioso nell’esportare un modello statunitense (che però non può essere religioso, ma laico) e dall’altro con il classico hard power, quello tradizionale, come l’abbiamo conosciuto fino e per tutto il ‘900. L’impero è sopravvissuto con Bush e continua sopravvivere anche con Obama.
Qui si chiude la trilogia.

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