E’ finita l’era dell’impero americano?
La domanda ricorre con insistenza.
Se lo chiedono politologi, analisti, giornalisti, economisti, gente comune di tutto il mondo e soprattutto l’uomo comune americano e forse in cuor suo anche Barack Obama (anche se non lo dà a vedere). Si tratta per altro di una domanda ricorrente come ha ricordato, in un articolo apparso sul numero di gennaio di Aspenia, Mario Del Pero, (americanista in grande ascesa che scrive anche per il Giornale di Brescia). In particolare la Destra americana, nei momenti di svolta della storia, si è lanciata nel teorizzare il declino della potenza egemonica, un modello contrastante con quello del “destino manifesto”, quello della forza civilizzatrice e di allargamento democratico di cui si fa portatrice idealmente e politicamente l’America, dalla stesura della sua Costituzione per arrivare fino alla guerra in Afghanistan. E’ giunto il momento di crederci, nel momento in cui il debito pubblico di Washington è saldamente nelle mani della Cina e all’indomani della crisi economica che ha travolto innanzitutto gli Usa?
Quando ero uno studente di Relazioni internazionali, mi sono interrogato, soprattutto per motivi di ricerca sul ciclo degli imperi. In sostanza mi domandavo se esistesse una teoria generale in grado di spiegare l’ascesa e il declino degli imperi (dai sumeri all’impero britannico). Tuttavia nel constatare che migliaia di pagine erano dedicate alla fase eroica di una struttura imperiale, in sostanza all’ascesa, notavo anche che pochissime pagine erano invece riservate alle ragioni del declino. Prendendo coraggio mi sono rivolto attraverso un’e-mail, ad un vero e proprio caposcuola della teoria della politica internazionale e dei sistemi internazionali: il professor americano Robert Gilpin. La risposta è stata indicativa: “Decline is a very depressing subject, many people stay away from it”, ovvero “L’idea di declino è un tema deprimente, la maggior parte della gente ne sta alla larga”. Insomma il declino fa paura anche ai politologi americani, anche quelli che fanno e hanno fatto dottrina. Ho come l’impressione che il timore del declino, nello specifico quello dell’egemonia americana, stia avendo l’effetto di motore immobile delle elites politiche che si stanno succedendo di volta in volta alla guida della Casa Bianca. E che sia la paura a spingere gli stessi Stati Uniti a reinventarsi come potenza imperiale: una sorta di ri-strutturazione a geometria asimmetrica che, appunto, cambia con il mutare degli scenari globali. E allora si potrebbe affermare che è la paura del declino che spinge l’America a reinventarsi egemone.
Paura come slancio creativo.